Asset sharing industriale: cos’è e perché conviene

L'asset sharing industriale è un modello collaborativo che unisce costruttori di macchine e utilizzatori per ottimizzare macchine, processi e servizi.

20 Gen 2026
A cura di 40Factory

Per diverso tempo, e forse ancora oggi, il valore di una macchina industriale viene misurato al momento della vendita. Precisione, affidabilità e qualità sono parametri fondamentali quando si parla di fabbrica, ma che raccontano solo una parte della storia.

In molti casi, la consegna di un macchinario segna spesso anche l’inizio di una “separazione informativo-operativa” tra il costruttore (machine builder) e l’utilizzatore finale (end user). Mentre il primo perde visibilità sulle prestazioni reali del suo prodotto, il secondo si ritrova a gestire asset sempre più complessi senza un supporto continuo o una conoscenza tecnica adeguata.
Superare questa distanza non è solo una sfida tecnologica, ma di integrazione e condivisione. Serve un nuovo modo di collaborare, e l’asset sharing industriale diventa il modello chiave per trasformare le informazioni generate dalle macchine in valore economico e operativo.

Oggi questo è possibile con strumenti comuni, standardizzati e di immediato accesso, che permetta a entrambi gli attori di visualizzare e analizzare l’operatività e il funzionamento delle macchine in tempo reale.

Una fabbrica disconnessa: la distanza tra costruttore di macchine e utilizzatore

Per i machine builder la consegna della macchina segna anche l’inizio di una separazione. Una volta lasciata la casa madre e installato nella sede del cliente, la visibilità sul suo utilizzo, sulle condizioni e sulle prestazioni nel tempo si riduce drasticamente. Le macchine entrano nella quotidianità produttiva del cliente, ma restano fuori dal perimetro di conoscenza di chi le ha progettate.

A questo si aggiunge un limite economico: il valore rimane per lo più concentrato sulla vendita iniziale, i servizi offerti faticano a diventare una fonte stabile di ricavi e i margini sulla macchina si assottigliano, soprattutto in un mercato sempre più competitivo, dove le leve differenziali diventano sempre più sottili.
Dall’altra parte, gli end user si trovano a gestire impianti complessi, in contesti segnati da un alto turnover dei dipendenti e da una conoscenza di processo che fatica a consolidarsi. Le informazioni si frammentano tra persone, turni, reparti e sistemi; i dati esistono, ma non diventano una conoscenza operativa, e collegare le macchine richiede spesso investimenti elevati e soluzioni poco flessibili.

La conseguenza è una fabbrica apparentemente connessa, ma operativamente disallineata.

Perché la tecnologia da sola non basta

Nell’ultimo decennio l’industria ha fatto grandi investimenti nella digitalizzazione, anche grazie a incentivi pubblici e politiche di sostegno. Ma il problema non è la tecnologia in sé, ma una mancanza di integrazione tra chi possiede i dati operativi e chi possiede l’esperienza e la conoscenza dei processi.

Questa separazione crea una distanza operativa e culturale difficile da colmare. Chi utilizza la macchina ha accesso ai dati operativi, ma non sempre alla conoscenza profonda dell’asset per poterli leggere pienamente; chi la costruisce ha la competenza tecnica, ma spesso non vede come la macchina funziona nella realtà quotidiana del cliente.

Pensare che la digitalizzazione da sola possa risolvere il problema è un errore concettuale. Senza un modello che unisca dati e know-how, tutte le informazioni restano isolate, “fredde”, e il vero valore generato dalle macchine rimane inespresso.

Dal possesso al valore condiviso

Cosa succede se machine builder e end user cominciano a guardare nella stessa direzione?

Quando entrambi gli attori in gioco smettono di agire in silos e iniziano a comunicare tra di loro, qualcosa cambia. Le macchine smettono di essere oggetti isolati e diventano parte dell’equazione diventando veri e propri driver di valore, e dati e conoscenza diventano una risorsa comune capace di generare benefici misurabili per entrambi.
Dunque, il valore non si misura più solo in termini di vendita o di margini sul singolo macchinario, ma nel patrimonio condiviso che nasce dal lavoro congiunto: problemi risolti più velocemente, processi ottimizzati, decisioni più informate e rapporti più solidi tra fornitore e cliente. In altre parole, il possesso cede il passo alla collaborazione, e da questa collaborazione nasce il vero vantaggio competitivo.

Cos’è l’asset sharing nell’industria di oggi

Dunque, se il valore nasce dalla collaborazione, resta da capire come rendere tutto questo concreto. Qui entra in gioco l’asset sharing industriale.

Quando parliamo di “sharing” di un bene, la prima cosa che ci viene in mente sono modelli a noi familiari come Airbnb o Uber. Piattaforme che hanno rivoluzionato il modo di pensare e usare le risorse, dimostrando che il valore non starebbe più nel possesso di un bene, ma nella sua capacità di essere condiviso e utilizzato con altri. Allo stesso modo, le macchine industriali smettono di essere beni da acquistare e ammortizzare, ma diventano asset strategici a tutti gli effetti.

Nel contesto industriale, l’asset sharing è un modello che rende possibile la connessione tra chi costruisce le macchine e chi le utilizza, trasformando dati, insight e know-how in informazioni operative condivise.

Per le imprese costruttrici, questo significa:

  • recuperare visibilità sulle macchine installate
  • sviluppare servizi a supporto basati sull’utilizzo reale
  • costruire relazioni di lunga durata con i clienti

Per le imprese clienti:

  • avere accesso a insight operativi,
  • identificare le cause dei problemi, non solo gli effetti
  • migliorare la conoscenza di processo
  • mantenere sempre il controllo sui propri dati nel rispetto nelle normative di cybersecurity

In questo modo, l’asset sharing non è solo un concetto, ma una pratica che rende il valore misurabile e continuo, creando un circolo virtuoso in cui ogni informazione genera benefici reali per entrambi gli attori.

Come in 40Factory rendiamo l’asset sharing industriale concreto

40Factory nasce esattamente da questa esigenza. Mettere a disposizione un’infrastruttura tecnologica che non si limiti a dotare le aziende di piattaforme digitali per connettere le macchine, ma che ricomponga la distanza tra chi le progetta e chi le utilizza.

Per farlo, abbiamo costruito un processo semplice:

  1. l’azienda costruttrice definisce il modello della macchina utilizzando Machine Control Center
  2. l’asset viene collegato alla piattaforma MAT
  3. con un’azione semplice, il costruttore abilita la condivisione dell’asset con il suo cliente

Da questo momento, la piattaforma MAT diventa un terreno comune. Machine builder ed End user hanno accesso agli stessi dati in tempo reale, eliminando silos informativi e allineando gli obiettivi operativi.

Cosa significa questo per il business?

  • per l’azienda cliente, significa avere il pieno controllo dei propri dati e una visione d’insieme del parco macchine (anche quando composta da macchine di costruttori diversi) in un unico punto di accesso. Questo ha ricadute importanti anche a livello economico, perché si riducono gli investimenti in integrazioni customizzate complesse e frammentate.
  • per l’azienda costruttrice, significa continuare a supportare il cliente anche dopo la vendita, evitare la gestione di troppe applicazioni diverse, e offrire servizi post-vendita che generano nuovi flussi di ricavi e che permettono di rafforzare le relazioni con la clientela.

Con 40Factory, la fabbrica smette di essere un insieme di sistemi isolati e diventa un ecosistema collaborativo, dove ogni dato genera un impatto tangibile, per chi costruisce e per chi produce.

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